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Immagini del pensiero (16/8/1997)

Paolo Rossi

La memoria

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Quando Platone dice che ogni sapere è reminiscenza questo concetto , evidentemente, ha qualcosa a che fare con la memoria, anzi è strettamente legato alla memoria. Cioè, ogni cosa che sappiamo è il ricordo di ciò che abbiamo appreso in un'altra vita, in un altro mondo, prima di scendere in questo mondo. Nella filosofia di Aristotele la memoria occupa una parte estremamente importante e rilevante, però l'ottica è completamente diversa. Aristotele ha un atteggiamento che, in modo un po' affrettato, potremmo definire, scientifico. Cioè Aristotele si occupa di una delle facoltà della mente umana e distingue con grande cura, opera una distinzione, che poi era stata classica per tutto il Medioevo, per una larga parte dell'età moderna, tra memoria e reminiscenza. La memoria è quel fenomeno per cui ci vengono in mente cose del passato, la reminiscenza è quando cerchiamo nel passato di riafferrare un pezzo che è scomparso. Quindi, la reminiscenza ha un aspetto di consapevolezza che nella memoria è in qualche modo assente. E' ovvio che queste sono due ottiche, due modi di guardare la memoria, che in parte si intrecciano alla storia della filosofia, ma nella sostanza restano fortemente alternative, fortemente diverse. Voglio fare un solo riferimento alla filosofia, alla cultura contemporanea. Nella cultura contemporanea c' è un enorme interesse per la memoria, questo interesse per la memoria non è solo dei filosofi, ma è prevalentemente dei neurologi, degli psicologi, degli psichiatri, degli studiosi del cervello in generale. C'è poi una riflessione filosofica sulla memoria, anch'essa rilevante. Questa è una faccia, un aspetto del problema. L'altro - siamo nell'altra direzione, nell'altra dimensione - il tema della memoria ha a che fare maggiormente con questa tradizione platonica a cui accennavo prima. Faccio un solo esempio: se si pensa alla tematica dell'oblio dell'essere nella filosofia di Heidegger, ecco, quando si pensa a questo, allora ci si accorge che quell'antico tema del sapere, come reminiscenza o della presenza nel mondo dell'uomo come decadimento non è un tema scomparso nemmeno nella filosofia contemporanea. Si tratta, quindi di due tradizioni diverse, che, nel passato, hanno avuto dei rapporti e che tuttavia continuano a coesistere nel nostro stesso mondo.

 

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Il tema della memoria non è solo un tema di filosofia, ma è un tema che è radicato profondamente in ciascun essere umano che ha, come è stato detto, il terrore di essere dimenticato. Il nostro desiderio di immortalità, indipendemente dal fatto che crediamo o meno all'anima immortale, è comunque forte. Ecco, questo del non essere dimenticati, che poi è una cosa così vasta che trova un'espressione..., siamo pieni, diciamo, di oggetti che ci richiamano alla memoria; per limitarci alle persone, alle persone scomparse, i cimiteri sono luoghi che ci richiamano alla memoria le persone scomparse, i monumenti, sono queste le stele, le lapidi, insomma sono modi per rendere in un'immagine fisica una presenza che non c'è più, per richiamare qualche cosa alla memoria, perché questo è indubbiamente un valore. Si può affrontare questo tema su un piano, diciamo, di filosofia alta e ci si può anche rendere conto della sua presenza guardando ai prodotti culturali, per così dire, non accademici, che non appartengono alla cosiddetta alta cultura. C'è un film molto bello che si chiama "Blad Runner", dove ci sono dei replicanti che sono assolutamente identici agli esseri umani e che vivono in mezzo a loro e che non sanno di essere dei replicanti. Il loro problema è questo. E poi c'è — nel momento in cui si affaccia nella mente di una di queste replicanti, che nel caso specifico era una donna — il dubbio di essere un replicante, cioè di non essere un vero essere umano, ma un automa, quindi qualcuno che ha una memoria che gli è stata inserita nel cervello come in una macchina e che non è la memoria vera; ecco allora c'è una crisi di questa persona che, guardando delle vecchie fotografie ingiallite su un pianoforte, si domanda se sono ricordi veri o sono falsi. Il dubbio che quei ricordi siano falsi la getta in una angoscia terribile, perché è una persona che non può avere nostalgia del passato.Ecco l'assenza della nostalgia, l'assenza della memoria è, come si dice comunemente - mi sembra una cosa tuttora valida - una perdita dell'identità.

 

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Come la mia identità è data dalla memoria personale, allo stesso modo, entro certi limiti, posso dire che .l'identità di un gruppo è data dalla sua memoria, tant'è vero che ogni gruppo, ogni partito o qualunque collettività umana, anche un club di persone che si riunsicano per giocare a carte, alla fine, costruiscono dei simboli che sono quelli che richiamano loro le finalità o gli scopi per i quali queste persone in qualche modo si trovano. Però, ecco, viene da dire che il tema della dimenticanza non è un problema marginale, la memoria e la dimenticanza sono due cose... Anche qui vale un'analogia forte. Cosa vuol dire ricordare, ad esempio ricordare la propria vita. Vuol dire selezionare, ricordare pezzi, istanti, momenti. Se uno fa il caso opposto, per così dire, rovescia il problema, se uno ricordasse tutto sarebbe in una situazione spaventosa, sarebbe in una situazione patologica. C'è un racconto di Borges molto bello che si chiama "Fugnès el memorioso". "Fugnès el memorioso" è un uomo che non può dimenticare nulla e poiché non può dimenticare non ha ricordi, ma ha una folla sterminata di cose che gli uccidono la mente, gli uccidono il cervello. Dice Borges: non come vediamo il bicchiere su un tavolo, ma vede tutti gli acini dei grappoli d'uva, che formano la pergola che sta sopra il tavolo, ricorda tutto il tessuto che ha visto, quel bicchiere in quel modo specifico, ricorda, quindi, i singoli atti, istante per istante. Quindi, se non c'è dimenticanza, non c'è neppure memoria, c'è soltanto questa specie di cosa spaventosa che sarebbe il ricordare tutto. Tant'è vero che, quando lo lessi mi colpì molto, citai nel mio libro un racconto dei chassidim — che sono dei gruppi ebraici dell'Europa orientale — un racconto, diciamo mitico, che dice che gli uomini debbono imparare a dimenticare e a ricordare e che se non fossero in grado di dimenticare non potrebbero neppure vivere, perché non avrebbero la forza di fare cose, penserebbero soltanto alla loro morte. Per questo — dice il racconto — quando un bambino nasce c'è un angelo che gli insegna le cose e uno che gli batte sulla bocca perchè dimentichi le cose che ha imparato. E' una cosa, un racconto che mi è sembrato splendido, mi sembra ancora splendido, perché in questa forma di analogia dice il nocciolo di quello che volevo dire.

 

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Questo delle patologie del ricordo non c'è solo nella letteratura, nel racconto di Borges su Fugnès, ma c'è nelle psicopatologie, cioè in Oliver Sacks che dice: in genere consideriamo la patologia sempre dal punto di vista di un'assenza, di un deficit, cioè un deficit nel parlare, un deficit nel vedere, nell'udire, nel camminare. Ma lui dice: ci sono, - , ormai lo dicono tutti, non l'ha inventato lui, però lo dice con grande forza - esistono delle patologie dell'eccesso, e questo del ricordare troppo è una patologia dell'eccesso. E ci sono pazienti che ricordano troppo. Un grande neurifisiologo sovietico, che si chiamava Lurija, aveva un paziente sul quale scrisse un saggio bellissimo - non a caso Lurija era uno dei maestri di Sacks, - che si chiamava "L'uomo che non dimenticava nulla". L'uomo che non dimenticava nulla era una persona che lui aveva avuto in cura per sedici anni e che nell'ultima seduta dell'ultimo anno si ricordava perfettamente tutto della terza o della quarta seduta che aveva fatto quindici anni prima, si ricordava tutte le parole che erano state dette ed era in grado di dirgli come era vestito, come lo aveva interrotto, insomma, gli dava la descrizione paurosamente esatta di quello che era successo. E siccome Lurija aveva cominciato a prendere nota, nel tempèo di tutto, poteva rendersi conto di questo. Era simile - questa è la cosa che mi ha colpito di più - era simile a un'artista della memoria del Cinquecento. Ce n'è uno che, diciamo per natura, ricordava tutto. Cioè faceva cose del tipo di quelle che facevano Pico della Mirandola — il suo caso è più una leggenda, che una cosa documentata — insomma, quello che facevano i cosiddetti artisti della memoria del Cinquecento, cioè le persone che davanti al pubblico erano in grado di fare quello che il paziente di Lurija spontaneamente faceva.

 

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abbiamo dimenticato che la memoria è una storia - mi verrebbe meglio dire due cose -. Da una parte abbiamo dimenticato che la memoria è una storia, e cioè che è esistita un'epoca, nella nostra cultura, vicina — perché si tratta di pochi secoli fa — in cui la memoria veniva coltivata e rafforzata artificialmente negli esseri umani. Sì, c'erano delle vere e proprie arti della memoria e c'erano persone che utilizzavano quest'arte o si presentavano al pubblico, dicendo di aver utilizzato quest'arte e raggiungevano effetti abbastanza sbalorditivi, non proprio come quelli del paziente di Lurija ma andavano molto vicino. La tecnica è abbastanza semplice: si prende un luogo fisico, per esempio una chiesa o una casa che abbia molte finestre, molte colonne — insomma un luogo geometricamente rappresentabile nella mente con facilità — e si memorizzano, in modo completo e assoluto, essendo sicuri di non sbagliare i luoghi, i cosiddetti "loca", i "luoghi" della memoria. Diciamola ancora questa parola: luoghi della memoria. Su questi luoghi si collocano delle immagini. Loro dicevano: i luoghi sono come la carta, le immagini come la scrittura. Cioè, i luoghi sono fissi e non li posso più cambiare, cioè, posso farlo, ma allora costruisco un altro sistema, le immagini sono mobili, sono come la scrittura sulla carta. In questo casa l'arte della memoria consiste nel collocare le immagini nei luoghi. Allora, se l'ambiente mi è molto familiuare, ripercorrendo i luoghi, io rivedo una dopo l'altra le immagini. Queste immagini sono tali, per associazione o per contrasto, da richiamarmi la cosa che devo ricordare. Un pezzo di storia di filosofia importante da questo punto di vista, è un aneddoto, ma fa parte della storia della filosofia: quando Giordano Bruno andò a Venezia e quindi segnò il suo destino, perché di lì poi nacque il processo, ci andò perché il doge di Venezia voleva imparare da lui l'arte della memoria. Quindi questo discorso investe anche personaggi di grandissimo livello, di grandissima levatura, come Girodano Bruno, che ha dei libri. Sono libri tutti particolari, ma sono libri sulla memoria e sulle arti della memoria, che in lui sono una cosa naturalmente più complicata che nei personaggi di cui ho parlato finora. Però, ecco, questo tema della differenza è un tema rilevante, è un tema importante perché è legato anche — dico anche — non solo, ma anche, alla considerazione che si ha della memoria in una società.

 

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L'artista della memoria non è ai margini della società, ma, da questo punto di vista, al centro. Se poi uno si domandasse e volesse fare della storia, che nessuno ha scritto - probabilmente non vale neanche la pena di farla - della fortuna sociale degli artisti della memoria - io non conosco questa storia, ma conosco i primi capitoli e gli ultimi. I primi capitoli sono quelli per cui uno può fare il nome di Giordano Bruno, di Cornelio Agrippa, di Pietro da Ravenna, che è un uomo fortunatissimo, che gira tutte le Università d'Europa - poi ritroviamo questi personaggi negli spettacoli di varietà o intorno al mondo che girano gli spettacoli di varietà. Oggi non ci sono più, ma c'è traccia di questo, non solo nel ricordo di alcune persone, come mia madre che si ricorda di avere assistito ad uno spettacolo di un mnemonista, ma, ad esempio, ce n'è traccia in un film abbastanza famoso, che si chiama: "I 39 gradini", che è un film di Hitchcock, un film di spionaggio, dove c'è uno di questi mnemonisti che si esibisce a teatro, gli si fanno delle domande e lui recita una quantità di cose in fila. Questo mnemonista ricordava una famosa formula segreta, troppo lunga per essere ricordata da qualunque mortale, ma molto difficile da nascondere. Faceva la spola tra i nazisti e gli americani o gli inglesi, per cui un giorno viene smascherato a teatro. E viene smascherato con una tecnica (tipica), che ha a che fare con l'arte della memoria: qualcuno gli dice la parola "39 gradini", che è la parola d'ordine, e lui risponde recitando la formula. E viene smascherato così.

 

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In una civiltà che dà largo spazio all'orazione, al discorso pubblico, alla predica, per fare una bella predica bisogna ricordare. Adesso le prediche si fanno molto più a braccio ed anche gli avvocati, ci sono pochi avvocati che ancora incarnano l'immagine del grande oratore, però ancora ce n'è qualcuno vivo. Loro non usano tecniche mnemorative, ma gli avvocati, andando indietro nella storia, gli avvocati e i predicatori usavano tecniche memorative. Ci sono le "ars predicandi" del Medioevo che insegnano al predicatore a fissare i punti che dovrà dire nella predica, agganciandoli, per così dire, a una delle colonne della Chiesa: quando le avrà ripercorse tutte, sarà sicuro di non aver dimenticato nulla. E' un' "ars memoriae" abbastanza elementare, però è la eco, diciamo così, lo specchio dell'altra, di quella più complicata. Chi deve recitare orazioni in pubblico, cioè gli avvocati dell'antichità, fino a epoca recente — forse lo fanno ancora con poca consapevolezza — hanno come delle formule fisse, che vengono riempite. Cioè c'è quella che si chiamava per Aristotele la "topica". La "topica" è l'indicazione dei luoghi, che sono sempre quelli. Voglio dire una cosa semplicissima. Sembra difficile, ma è semplicissima. Vuol dire che quando uno deve difendere un uomo che ha ucciso la moglie in un impeto di gelosia, ha uno schema che è quello del torto che ha subito, della malvagità della moglie, della sua inconsapevolezza, della finzione della moglie, che vale, diciamo così, per l'avvocato, per qualunque moglie, per qualunque marito. Lui ha uno schema fisso, che poi riempie con il particolare contenuto di quella storia individuale, ma il tipo di discorso che fa, questo insegnava Aristotele, questo insegnava anche Cicerone in modo diverso, è fondato su dei luoghi, luoghi comuni. Comuni cosa vuol dire? Che si trovano in tutti i casi, sono comuni a tutti i casi. Quello che ha rubato l'ha fatto per necessità, eccetera, eccetera. Poi, il singolo caso è simile a quello comune. Nella retorica antica - la retorica è una cosa quasi praticamente scomparsa, scomparsa nell'uso - gli intellettuali si formavano anche leggendo i libri di retorica e nella retorica una delle quattro arti è l'arte della memoria. Quindi, non era un discorso, diciamo, astratto, filosofico, era un discorso di una tecnica che serviva.

 

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Gregorio Magno diceva: le immagini sono il mezzo per insegnare ai non letterati e per insegnare ai bambini. Cioè la persona che non sa leggere, cioè che non sa leggere le lettere dell'alfabeto e non sa scrivere, è colpita, però dalle immagini e le immagini trasmettono un sapere. Perché nelle chiese medievali c'é la rappresentazione del peccato originale? Cioè, la storia biblica raccontata, mi verrebbe da dire, a fumetti; non c'è il fumetto, ma ci sono le immagini di Adamo ed Eva nel paradiso, il serpente, la tentazione, la cacciata dal paradiso. E' fatta per gente che non sa leggere, che non è in grado di leggere la Bibbia, ma che guardando quelle immagini ricostruisce un pezzo di storia sacra. e nelle cattedrali ci sono tutti i mestieri, tutte le arti liberali: c'è la filosofia, la retorica, eccetera, ci sono tutte le arti meccaniche. Questi cosa sono? Sono libri di pietra, ma questi libri di pietra sono libri di immagini, non sono libri di parole. Là onde per cui sono immagini visive che servono a insegnare, diceva Gregorio Magno. A insegnare che cosa? Non solo delle nozioni, ma insegnare anche la virtù. La "via crucis" è un tipico prodotto di questo. La "via crucis" è una serie di immagini che fanno ripercorrere al devoto le varie tappe, una per una con una immagine, ognuna delle quali parla un suo linguaggio efficace. Io mi ricordo quando lessi "Il ritratto di un artista da giovane", di Joyce, ci trovai dentro la descrizione di una predica dei Gesuiti. Quello che mi colpì, perchè stavo già facendo queste cose, era che questo gesuita si richiamava ai luoghi, si richiamava alle immagini e diceva: bisogna riuscire a trasformare i concetti in immagini, solo allora si fa presa sugli uomini, quando si riesce a fare - lui diceva - a fare odorare l'inferno, a fare vedere l'inferno, a farlo toccare l'inferno.

Tratto dall'intervista: "La memoria" - Firenze, abitazione, 29 novembre 1994


Biografia di Paolo Rossi

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