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Immagini del pensiero (12/12/1998)

Vittorio Hösle

La giustizia secondo Rawls

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L'idea essenziale di Rawls, che ha dato tanta attualità alla sua opera, è di immaginarsi uno stato, non nel senso di un sistema politico, ma di una situazione umana, in cui l'egoismo razionale porta a principi della giustizia. Questo è interessante in quanto le scienze sociali moderne sono dominate dalla categoria dell'egoismo razionale. Una persona è razionale se, secondo i criteri della teoria delle decisioni, riesce a perpetrare il proprio interesse nella maniera più efficiente. Questo concetto di razionalità non presuppone che gli interessi della persona siano morali; ciò distingue nettamente il concetto di razionalità delle scienze sociali del nostro secolo per esempio dal concetto di ragione pratica di Kant, per cui la ragione pratica è la ragione morale. Mentre l'uomo razionale nell'economia neoclassica non è l'uomo morale, ma l'uomo che pensa al suo interesse in maniera razionale. Però Rawls è riuscito a immaginarsi una situazione nella quale l'interesse razionale porta ai risultati della giustizia. Questo ha reso la sua opera interessante per vari strati del mondo intellettuale; le persone che rimanevano fedeli al concetto di ragione pratica nel senso kantiano di giustizia, potevano dire che Rawls era riuscito ad argomentare per la giustizia basandosi sulla "forma mentis" che domina oggi nelle scienze sociali.
Dall'altra parte gli economisti dovevano riconoscere che Rawls aveva capito abbastanza bene i principi fondamentali della teoria economica neoclassica, ma che, basandosi su questi principi, era riuscito a ritornare ad alcuni concetti classici di giustizia. Inoltre il libro di Rawls al quale lui ha lavorato per almeno vent'anni, è pieno di dettagliate riflessioni su aspetti particolari del concetto di giustizia. Credo che non esista un libro così esauriente; Rawls per esempio ha anche integrato nelle sue riflessioni i lavori di lord Scolder*, suo collega ad Harvard, che ha lavorato alla psicologia genetica e dunque sullo sviluppo del giudizio morale dell'uomo. Questa grande capacità di integrare in un lavoro filosofico i risultati della psicologia, dell'economia, della filosofia del diritto attuali, ha fatto del suo libro un classico.

 

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Certo. L'idea fondamentale di Rawls è molto semplice. Lui si immagina una situazione originaria in cui gli attori, che devono decidere sui principi da osservare in futuro in questa società, hanno gli occhi chiusi dal velo dell'ignoranza, cioè non sanno che posizione, che talenti, che capacità avranno nella società. Sotto questo velo d'ignoranza devono decidere per i principi di giustizia basandosi sul criterio di egoismo razionale. Rawls dice che se questa gente sapesse che in futuro saranno, per esempio, molto ricchi, evidentemente direbbero, basandosi su un criterio di egoismo razionale, di volere che i ricchi abbiano più diritti; ma poiché non sanno se saranno ricchi o no, se saranno persone con grandi talenti o no, opteranno per principi di eguaglianza; diranno che il sistema più giusto è quello in cui le persone che hanno una situazione peggiore sono più avantaggiati che negli altri sistemi alternativi. Questa è l'idea essenziale: il velo dell'ignoranza praticamente crea le condizioni affinché persone che pensano solo al loro interesse particolare arrivino a principi di giustizia. L'idea dell'ignoranza in un certo senso trasforma l'interesse particolare in un criterio di universalità perché sotto il velo dell'ignoranza tutti sono uguali e tutti devono astrarre dalle proprie possibili particolari capacità che avranno quando questo velo di ignoranza sarà tolto.

 

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Secondo Rawls ci sono due principi di giustizia; il primo principio di giustizia è che è preferibile quel sistema che garantisce a tutti uguale misura di una libertà il più grande possibile. In questo primo principio vengono cioè integrate le categorie di uguaglianza e libertà; Rawls è liberale e vuole avere la libertà individuale il più grande possibile: ognuno deve avere la libertà massima, però il sistema deve essere tale che tutti abbiano questa libertà massima, cioè la libertà deve essere uguale per tutti però nella maniera maggiore.
Il secondo principio afferma che esistono però casi dove l'uguaglianza mette in una situazione peggiore i più deboli, mentre si potrebbe immaginare una situazione dove introducendo e permettendo l'inuguaglianza le persone che sono nella situazione peggiore oggettivamente stanno meglio. Facciamo due esempi. Ci si può immaginarsi uno Stato in cui tutti abbiamo dieci unità di benessere, possiamo immaginarci un altro sistema in cui alcune persone hanno mille altre hanno trecento, altre hanno dieci alcune hanno due o tre. Rawls direbbe naturalmente questo sistema è meno giusto del primo; però possiamo immaginarci un terzo sistema nel quale alcuni hanno mille, altri settecento, altri trecento, alcuni trenta ed è garantito che ognuno abbia almeno undici o dodici; allora Rawls ritiene che questo terzo sistema sia migliore del primo perché anche se c'è maggiore inuguaglianza che nel primo le persone che sono svantaggiate stanno meglio nel terzo che nel primo: hanno undici o dodici unità invece di dieci; dunque questo sistema sarebbe preferibile. E secondo Rawls solo l'invidia può negare questo secondo principio che accetta la differenza dal momento che l'introduzione della differenza fa star meglio anche quelli che starebbero peggio senza questo principio.

 

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L'utilitarismo era la teoria dominante nell'ambito dell'economia neoclassica che era basata sul principio morale della maggior felicità per il maggior numero. Rawls afferma, e non è il primo a farlo, che questa teoria non è accettabile perché evidentemente in un sistema utilitarista se uccidendo una persona innocente si causa un'utilità negativa di cinquanta e si riesce a dare a cento persone una utilità positiva di uno si è allora legittimati perché nell'insieme si è creato più benessere di quanto se ne era tolto. E Rawls afferma che questo non ha niente da fare con la giustizia, perciò l'utilitarismo non può essere la base di una teoria della giustizia. In molti aspetti Rawls ritorna all'idea kantiana contro l'utilitarismo. Dunque è un liberale nel senso che i diritti del singolo devono essere garantiti e quindi Rawls ha anche un potenziale critico abbastanza notevole riguardo alla democrazia. Rawls rigetta il concetto di democrazia secondo il quale quello che è deciso dalla maggioranza è per definizione giusto; non è necessariamente così. Rawls è per una democrazia liberale cioè che garantisce i diritti del singolo e sorgono problemi se la democrazia non è disposta a fare questo. Comunque in caso di un conflitto tra democrazia e liberalismo Rawls opterebbe per il liberalismo. Egli crede però che i grandi strumenti del costituzionalismo moderno: il cameralismo, la divisione dei poteri e terzo potere indipendente dei giudici ecc. siano strumenti potenti per garantire anche all'interno di una democrazia maggioritaria i diritti del singolo e prevenire la soppressione di una minoranza da parte della maggioranza. Ma Rawls insiste che qualcosa non è giusto perché la maggioranza lo vuole, cioè se c'è un conflitto tra i principi di giustizia e la democrazia evidentemente Rawls opta per principi della giustizia. Lui crede però che basandosi sui principi della giustizia si arriva a un sistema politico democratico in quanto nella democrazia ognuno ha certi diritti politici; però, ripeto, questo sistema politico deve essere costruito in tale maniera che i diritti delle singole persone non vengano negati.

 

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Rawls critica il criterio dell'ottimalità di Pareto, che gioca un ruolo importantissimo nell'economia neoclassica. Per l'economia neoclassica quando due persone sviluppano un contratto economico lo fanno perché tutti e due hanno interesse in questo contratto, altrimenti non lo farebbero, a meno che non siano forzati a farlo; avendo un interesse praticamente quello che fanno è bene e non si può volere di più. L'economia è basata sulla realizzazione di uno stato ottimale paretiano rispetto a uno stato non ottimale paretiano.
Se c'è una situazione in cui per esempio lei ha una mela però a lei non piacciono le mele, io ho le banane e a me non piacciono le banane e preferisco invece le mele, allora le scambiamo e con un tale scambio arriviamo da uno stato non ottimale a uno stato ottimale, in quanto adesso ognuno ha quello che vuole e non può migliorare la propria situazione senza togliere qualcosa ad un altro che non vuole darla via. Secondo l'economia neoclassica l'equilibrio del mercato porta da momenti non ottimali a una situazione ottimale.
Rawls accetta il fatto che naturalmente è sempre auspicabile lo sviluppo di una situazione ottimale nel senso di Pareto. Però Rawls afferma che ciò non basta per il criterio di giustizia; possono esserci situazioni ottimali che sono estremamente ingiuste: una persona poverissima non può offrire niente che mi interessa e un'altra persona ricchissima e io mettiamo sia una persona ricchissima, la situazione sarebbe Pareto ottimale, però sarebbe ingiusta e perciò Rawls dice: il liberalismo che riduce l'esigenza della giustizia alla instaurazione di uno stato ottimale è inaccettabile.
Dunque Rawls è socialista? Non proprio e per due ragioni: la prima ragione è che insiste sulla necessità del sistema di mercato e crede, secondo me a ragione, che il mercato sia il meccanismo più efficiente di allocazione.
Rawls però distingue dalla questione del mercato il problema della proprietà privata dei mezzi di produzione e non esclude che si possa avere una economia nella quale c'è un enorme settore in mano pubblica e che lo stesso ci siano meccanismi di mercato. Non esclude questa possibilità ed è che qui ci vogliono ricerche empiriche. Però in ogni caso anche se si ha un settore pubblico abbastanza limitato è necessario che lo Stato attraverso una politica di ridistribuzione garantisca un minimo a tutte le persone e soprattutto un minimo che sia tale che le persone che stanno relativamente peggio stiano meglio. Naturalmente - e questo è un problema empirico - ad un certo punto ciò può diventare controproducente: è chiaro che se lo Stato alza troppo le tasse le persone che sono in grado di produrre di più saranno meno motivate a produrre, e può benissimo darsi che anche se le tasse sono più alte alla fine lo Stato riceve meno soldi perché viene prodotto meno. In questo caso tale politica non sarebbe giusta perché non riuscirebbe a elevare lo stato di quelli che stanno peggio. Questa è fondamentalmente la teoria di Rawls. Il mercato rimane in ogni caso, però magari con un vasto settore pubblico e anche una forte proprietà pubblica dei mezzi di produzione, strutture di competizione di strutture di mercato e, allo stesso tempo forti meccanismi di redistribuzione.

 

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Però Rawls, e mi sembra che abbia completamente ragione, insiste sempre sul fatto che il criterio di ottimalità nel senso di Pareto, cioè di efficienza economica è un criterio completamente diverso dal criterio di redistribuzione. E afferma per esempio che una politica economica assurda come quella di sovvenzionare delle strutture che sul mercato non possono reggere si spaccia per una politica sociale, ma in verità sotto il mantello di una politica di allocazione economica e queste due cose sono, secondo lui, del tutto diverse: lo Stato ha l'obbligo di finanziare le persone che diventano disoccupate, di educarle a imparare un nuovo mestiere più vicino all'esigenza di mercato, ma questo compito di redistribuzione non può essere mascherato sotto il compito di aumento di efficienza dell'allocazione. E Rawls concepisce, se mi ricordo bene, quattro Ministeri fondamentali che si occupano di questo; da una parte c'è il Ministero di allocazione che è quello dove si raccomandano le persone per un posto di lavoro, dove le loro capacità sono richieste e si dà praticamente una sovvenzione statale ed è il mercato di lavoro (?), cèè un Ministero di redistribuzione che garantisce il minimo esistenziale, e un Ministero di distribuzione attraverso, per esempio, tasse progressive riguardo all'eredità, dove non si tratta tanto di garantire il minimo esistenziale alle singole persone, ma di garantire il prodotto fiscale dello Stato. E Rawls è favorevole, come dicevo, a tasse progressive riguardo all'eredità.
Riguardo al sistema delle tasse Rawls accetta la teoria di Ricardo o perlomeno la ritiene molto interessante, che il sistema di tasse migliore sarebbero le tasse consuntive in quanto le tasse sulla produzione demotivano la produzione; secondo lui sarebbe giusto avere una tassa proporzionale sui consumi.

 

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anche nei moderni Stati di diritto, nei moderni Stati democratici, può succedere che ci siano alcune infrazioni dei principi di giustizia; ed in questo caso cosa bisogna fare? A tale riguardo Rawls difende con grande intensità il concetto di disubbidienza civile. La disubbidienza civile naturalmente non è un atto di sovversione aggressiva, ma è un atto che è pubblico, che si richiama alla propria coscienza e che vuol rendere manifesta l'ingiustizia di alcune legge.

Non è detto che l'infrazione che la persona fa con la disubbidienza civile sia necessariamente rivolta contro la legge contro la quale si vuole protestare; se si vuole protestare ad esempio contro leggi troppo severe nella punizione delle spie, non è detto che debba diventare una spia lui stesso, può anche infrangere le regole del traffico pubblico per dimostrare contro questo. E Rawls insiste chiaramente che è immorale usare queste leggi però è anche dell'opinione che siccome la moralità deve costare qualche cosa, altrimenti non è molto credibile, è anche giusto che queste persone vengano punite; cioè per chi pratica la disobbedienza civile dobbiamo avere il massimo rispetto; però è chiaro che poi deve accettare di pagare la multa, anche se naturalmente lo scopo è di arrivare ad una abolizione di questa legge e poi magari anche all'abolizione di multe alle persone che ad essa si sono opposte. Ma Rawls naturalmente, poiché vede il terribile pericolo che una disobbedienza civile generale possa portare all'anarchia, afferma la necessità di dimostrare la credibilità del proprio impegno attraverso dei sacrifici.
Rawls distingue dalla disobbedienza civile il fatto che ci si rifiuti di obbedire per ragioni di coscienza in quanto questo è solo passivo e non è una dimostrazione contro una qualsiasi legge per catturare l'attenzione pubblica; per esempio chi si rifiuta di ubbidire a ordini militari, perché è un pacifista. Anche qui Rawls è del parere che lo Stato deve dare dei margini per sviluppare un tale rifiuto di obbedienza per ragioni di coscienza.

 

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Se noi accettiamo il principio di Rawls, che io trovo molto razionale, che i compiti sociali dello Stato devono incominciare dalle persone che stanno peggio, è chiaro allora che l'assistenzialismo che si è sviluppato in molte parti dell'Occidente è immorale e dà per esempio a persone che poi non stanno tanto male la possibilità di andare in begli alberghi a spese dello Stato, mentre persone che stanno molto peggio non ricevono niente. Si può dubitare che in questo vi sia qualcosa di giusto.
Se riflettiamo sulla situazione internazionale e accettiamo che i principi di Rawls devono essere anche realizzati a un livello internazionale, è chiaro che persone che non sono vicine, ma muoiono di fame devono avere una preferenza nel trasferimento di soldi rispetto a persone che vogliono avere la possibilità di avere una macchinetta. Questo da Rawls non è stato elaborato, ma alcuni suoi allievi, soprattutto Poghe*, si sono occupati di questo problema. Sono convinto che alla base del principio di Rawls bisogna arrivare a qualcosa come uno stato sociale a livello internazionale anche se, come è facile prevedere, i più grandi ostacolatori saranno quelli che hanno approfittato dello stato sociale limitato a base nazionale, come abbiamo finora, perché la struttura attuale del mondo è una struttura nazionalsocialista, non nazional-socialista nel senso di Hitler, ma nel senso che abbiamo uno stato sociale limitato alle persone che esistono, e la completa indifferenza rispetto a forme di miseria estrema in altri Paesi. A questo riguardo anche tutti i partiti di sinistra sono nazionalsocialisti nella maniera più estrema che si possa immaginare, ma questo sarebbe un altro aspetto.
L'altro grande punto che è stato criticato a Rawls viene dal comunitarismo. Il comunitarismo è una corrente della filosofia sociale, forte soprattutto in America, che sostiene che Rawls è troppo individualista. Infatti Rawls appartiene alla famiglia del liberalismo; anche se è per lo stato sociale il suo punto di partenza è l'individuo razionale che cerca di massimare (massimizzare) la propria felicità. I comunitaristi dicono invece che l'uomo può essere felice solo se ha un'identità collettiva e non una identità individuale, se si identifica con un gruppo. Questa possibilità di identificazione con un gruppo e l'idea di un valore comunitario mancano completamente in Rawls. Qui il comunitarismo vuole ritornare alla filosofia dell'antichità, o anche del cristianesimo medioevale, come correttivo all'individualismo estremo del mondo moderno, al quale anche Rawls rimane debitore, sebbene tenti di sviluppare criteri di una giustizia sociale che superano il liberalismo di mercato di stampo manchesteriano.


Biografia di Vittorio Hösle

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